Biodiversita’, la scienza dice…

di Stefano Mazzotti

Curatore del Museo di Storia Naturale di Ferrara

Dopo anni di esplorazione della natura, dal Delta del Po, all’Amazzonia, dall’Africa orientale agli Appennini, di studio delle componenti vive degli ecosistemi, gli animali, che ne costituiscono la meravigliosa forza motrice, hai la necessità di far emergere ricordi, sensazioni e impressioni vissute. Le ricerche che ho svolto e che tutt’ora mi impegnano mi hanno permesso di conoscere vari ecosistemi che non finiranno mai di stupirmi e di entusiasmarmi. Quando si lavora sul campo per uno studio ecologico si tende a concentrare l’attenzione sulla progettazione, sulle metodologie, sugli aspetti tecnici del campionamento e sui risultati che potranno essere ottenuti dal lavoro scientifico, ma spesso la forza della bellezza e della ferocia della natura, il dramma della sofferenza e la gioia della resilienza di tute le cose che la compongono, le luci e i colori delle stagioni, il buio della devastazione, l’inesorabile trasformazione, l’antico che scompare il nuovo che emerge, ti arricchiscono di emozioni che rimangono nella memoria.

Allora scrivi, appunti che scaturiscono dalla parte più intima e sensoriale, quella dell’uomo e della sua sfera emozionale più che del ricercatore e del suo raziocinio, convinto del fatto che l’equilibrio fra la conoscenza e la sensibilità emotiva è un obiettivo da raggiungere. C’è una frase di Stephen J. Gould che considero fondamentale per il futuro dell’umanità e che mai come in questo periodo ha avuto tanto valore: “Non vinceremo mai la battaglia di preservare specie ed ecosistemi se non creiamo un legame emotivo tra l’uomo e la natura. Perché nessun uomo salverà mai quello che non ama.”

Il concetto di resilienza applicato alla Natura ed agli ecosistemi costituisce, a mio avviso, una buona sintesi delle dinamiche fra quello che potremmo identificare antropomorficamente l’alternarsi della sofferenza e della gioia in un ambiente naturale. La resilienza ha vari campi di applicabilità: nella Fisica essa è la resistenza che pongono i corpi, ad esempio i metalli, alla rotura; nelle Scienze Sociali è la capacità dell’uomo di affrontare le avversità della vita, superarle e uscirne rinforzato o trasformato. Da questo punto di vista la parola viene associata sempre a situazioni traumatiche e di stress. E’ un processo insito alla natura ma che non sempre si verifica e viene messo in atto, non sempre è funzionale per la rigenerazione ecologica di un habitat. La resilienza è qualcosa di più della semplice capacità di resistere alla distruzione proteggendo il sistema (sia esso un singolo essere umano o un intero ecosistema) da perturbazioni critiche, essa comprende tutta una serie di reazioni complesse che permettono la possibilità di reagire in modo da opporre con nuove soluzioni la sopravvivenza e lo stato di funzionamento dell’intero sistema. Non si tratta di pura sopravvivenza ma capacità di adattamento e trasformazione. Resilienza, potrei definirla la lotta della gioia e della bellezza della vita nell’eterna sfida alle regole della fisica dell’universo che si impongono alla materia sensibile degli esseri viventi.

La resilienza è la capacità di un ecosistema di continuare a funzionare anche quando si verifica una perturbazione. Una petroliera che riversa tonnellate di greggio nel mare costituisce un drammatico evento per l’ambiente marino. Gli organismi soffocano avvolti dalla massa di petrolio che si aggrega sulla superficie dell’acqua, col passare del tempo il petrolio tende ad addensarsi e scendere sul fondale uccidendo tutti gli animali. E’ un fenomeno di rapida semplificazione dell’ecosistema, è una catastrofe dolorosa, una intera comunità è annientata, la straordinaria complessità della vita che ha richiesto milioni di anni per consolidare i rapporti fra le specie e organizzare il paesaggio marino viene annullata in brevissimo tempo. Allora entra in gioco la forza incontenibile della vita che si oppone alla semplificazione, alcuni batteri e alghe entrano in gioco per cominciare a demolire l’orribile massa aliena del catrame. Possono passare anni, molte specie non ci saranno più ma altre arriveranno a colonizzare il nuovo mondo.

Gli ecosistemi naturali sono capaci di assorbire i cambiamenti dell’ambiente che li circonda, ma solo fino a un certo punto, esiste un punto critico, un punto di non ritorno, oltre il quale l’intero sistema collassa irrimediabilmente. Si è detto che la resilienza è la capacità di un ecosistema di mantenere caratteristiche costanti al mutare delle condizioni esterne, essa, seppure alta, non è infinita. Superato il livello limite, dallo stato stabile, rassicurante e gioioso che possiamo riconoscere osservando un ambiente naturale, esso si trasforma rapidamente in uno stato di sofferenza, di dolore dell’estinzione, della rarefazione, dell’assenza della diversità. Dopo decenni di continui cambiamenti provocati dall’attività umana, molti ecosistemi sono giunti all’orlo di mutamenti catastrofici, il punto di non ritorno. I modelli elaborati da molti ecologi lo avevano predetto, ma solo negli ultimi anni si sono accumulate prove sufficienti a dimostrarci che la resilienza di molti importanti ecosistemi è in pericolo, al punto che anche il più leggero disturbo può portarli al collasso. Le barriere coralline, le foreste tropicali, i grandi laghi e le foreste di conifere sono a rischio di estinzione: si profilano gravi perdite per la biodiversità mondiale. L’effetto delle attività umane sull’ambiente è sempre più evidente. Gli esseri umani sfruttano e degradano l’ambiente in cui vivono senza preoccuparsi delle conseguenze delle loro azioni. I livelli d’inquinamento crescono nel tempo causando un aumento degli effetti nocivi delle sostanze tossiche che agiscono in maniera sinergica sulle componenti viventi degli ecosistemi marini e terrestri. L’apporto di inquinanti avviene a un tasso maggiore di quello di smaltimento e quindi tali sostanze tendono ad accumularsi nell’ambiente. L’aumento progressivo dei gas serra, in particolare dell’anidride carbonica, stanno modificando il clima globale con fenomeni a catena ancora imprevedibili sulla biosfera. Ormai la consapevolezza che il nostro pianeta ha raggiunto dei livelli soglia di tolleranza oltre i quali il danno diviene irreversibile, sta penetrando nella coscienza della nostra società.

La “Convenzione sulla diversità biologica”, che costituisce uno degli esiti operativi della Conferenza di Rio de Janeiro, attribuisce un valore assolutamente preminente, per la conservazione del patrimonio naturale, alla istituzione di un “sistema di Aree Protette”. I Parchi e le Riserve naturali sono dunque aree individuate, pianificate e gestite con lo scopo di preservare la natura e la sua diversità. A questo fine nelle aree protette vengono svolte azioni mirate alla riqualificazione e al restauro di ambienti degradati, alla crescita della conoscenza del patrimonio naturale, alla divulgazione e alla didattica delle scienze naturali e ambientali, alla promozione di attività compatibili che favoriscano uno sviluppo sostenibile, cioè ecologicamente sano ed equo nella distribuzione dei benefici.. La Convenzione sulla Biodiversità, elaborata a Rio de Janeiro nel 1992 afferma il valore intrinseco della diversità biologica e dei suoi vari componenti: ecologici, genetici, sociali ed economici, scientifici, educativi culturali, ricreativi ed estetici.. La convenzione riconosce che l’esigenza fondamentale per la conservazione della diversità biologica consiste nella salvaguardia in situ degli ecosistemi e degli habitat naturali, col mantenimento e ricostruzione delle popolazioni di specie vitali nei loro ambienti naturali.

E’ un auspicio ad una resilienza culturale dell’uomo.

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